8. Un congresso costituente

Quando un partito discute è vivo. Più quella discussione è aperta, più darà frutti sani. Oggi abbiamo bisogno di questo: di guardare alle cose buone e ai limiti di questi anni. La prova è ricollocare il progetto del PD nella società italiana e ricostruire una sintonia che in tanti momenti è venuta meno.

Ci sono temi di questa discussione che affondano nel passato. Questioni che altri, prima di noi, hanno sfidato. Non per contesti simili ma perché attorno al ruolo dei partiti si è fondata una parte della storia repubblicana. A lungo sono stati la supplenza di una fragilità dello Stato. Hanno canalizzato il conflitto e spinto milioni di cittadini dentro l’alveo della democrazia. Hanno operato, da sponde diverse, per l’unificazione del Paese. Hanno saputo collaborare quando la storia lo ha chiesto salvo scontrarsi in passaggi durissimi. Hanno prodotto cultura, spirito pubblico, classi dirigenti. Poi, in molti casi, non hanno trovato la forza per arginare la decadenza, fino alla scomparsa e all’irrompere di nuovi protagonisti.

E però in quella lunga parabola c’erano i semi di un confronto mai del tutto risolto. Ad esempio, il senso da dare all’impegno pubblico e alla natura del partito scandì la stagione dell’immediato dopoguerra. Non era affatto quella una società che si esauriva nei partiti. Era un tessuto più vario, dove maturavano formazioni sociali e rappresentanze sindacali, associazioni d’impresa e aggregazioni culturali.

Era un Paese che riscopriva l’immaginario di sé, nella letteratura, nel cinema, nella furia di recuperare gli ultimi vent’anni. Era l’Italia che di lì a poco avrebbe vissuto l’epopea dei movimenti. Quelli giovanili, femminili, del lavoro. È anche questa la storia che abbiamo alle spalle e che ci fa come siamo. La vicenda della sinistra socialista, laica, azionista, il cattolicesimo democratico e il comunismo italiano, l’ambientalismo e le culture dei diritti, i movimenti di base e il pensiero delle donne, le reti del solidarismo e della carità. Se non la conosciamo quella vicenda e non la rileggiamo, fatichiamo a cogliere i tratti della destra italiana negli ultimi due decenni. Sapere oggi dove si colloca il nostro partito in una società tutt’altro che liquida, quali forme dovrà assumere e come potrà dar voce a interessi sempre meno omogenei, è la prova da superare. Ecco perché il congresso dovrà avere un carattere costituente.

Servirà a capire la natura del PD. E questo non perché negli anni non si sia provato a cambiare, ma gli esiti non hanno ripagato la fatica.

Cambiare, allora. E farlo con l’ascolto dei nostri iscritti, di chi si mette in coda alle primarie, dei segretari di circolo. Quelli che portano il peso delle critiche e la fatica del dialogo. Per loro non si accende mai la luce rossa di una telecamera. Però danno l’ossigeno che serve. A loro vorrei dire che non dobbiamo aver paura delle differenze, perché magari scopriremo che sono molte di più le cose che ci uniscono. 

Le strade da percorrere sono tante sul piano politico come su quello organizzativo. Provo a indicarne alcune, almeno i titoli:

  1. Dotarci di organismi snelli, in grado di discutere e decidere, da comporre con un’ampia rappresentanza eletta dai territori. 
  2. Eliminare doppi e tripli incarichi prevedendo una rotazione nelle funzioni. 
  3. Garantire maggiori risorse ai livelli provinciali e regionali, tanto più che avremo presto una legge sul finanziamento pubblico e sarebbe giusto capire come non uscire dall’Europa dove le forme di sostegno alla politica esistono e sono una garanzia di democrazia. Penso sia giusto superare del tutto la norma attuale e passare a un principio di volontarietà, ma stabilendo tetti alle donazioni perché il due per mille di Mirafiori non è lo stesso che ad Arcore, e perché è sacrosanto valutare come il sostegno alla politica, a partiti e fondazioni, possa passare dall’offerta di servizi per la formazione, la ricerca culturale, il dibattito pubblico, in una logica rigorosa di controllo e certificazione di spese e bilanci.
  4. Prevedere consultazioni periodiche, anche referendarie, su temi specifici o su grandi questioni di indirizzo. L’investimento da fare e è nel valore del dibattito pubblico su ogni tema di interesse comune con l’obiettivo di un ‘consenso informato’ che restituisca la fiducia dei singoli nella capacità d’ascolto della politica. Se in passato avessimo scelto questa strada, magari avremmo sciolto prima alcuni nodi. Per dire, che senso ha considerare i nostri iscritti ‘maturi’ per decidere chi dovrà fare il capo del governo ma ‘immaturi’ quando bisogna stabilire l’indirizzo da dare a una buona legge sulla fine vita?
  5. Stabilire patti di consultazione e collaborazione con associazioni, movimenti, comitati civici, locali e non. Ecco perché diciamo: apertura, rigenerazione, ripartenza. Perché molto, moltissimo di buono è fuori da noi. Molti interessi da rappresentare sono ancora in attesa, a partire da chi sta peggio. Questi interlocutori dobbiamo andarli a cercare, nei comitati di quartiere, nella generosità che coinvolge milioni di persone, nei movimenti, nelle associazioni di base. Si tratta di riannodare i fili della sinistra più diffusa, del pensiero critico, di una coraggiosa radicalità cattolica. Solo così possiamo ripensare un centrosinistra largo attraversato come un fiume dalla partecipazione di tanti civil servant della comunità.
  6. Affermare azioni positive per la promozione nei gruppi dirigenti e nelle istituzioni di un pluralismo sociale e culturale. Penso alle tante espressioni della cultura e della creatività presenti sia nei diversi lavori, manuali e intellettuali, che nelle professioni, nell’associazionismo. E ancora, nel mondo della produzione, nel mercato, magari sotto l’etichetta di precari, e poi lavoratori autonomi, non sempre purtroppo con un posto sicuro o semplicemente “rassicurante”: dobbiamo tornare a essere un partito aperto e accogliente, dove ci si candida – e ci mancherebbe – ma dove si riscopra anche l’utilità, la necessità, di chiedere a qualcuno di candidarsi perché sai che la sua presenza ti arricchirà e renderà più solida la nostra capacità di rappresentare forze, soggetti, culture.
  7. Confermare il principio della democrazia paritaria.
  8. Puntare sulla formazione di iscritti, militanti, dirigenti: tornare a conoscere per tornare a capire. Nessun tuffo nel passato, non è delle vecchie scuole di partito che abbiamo bisogno, ma di mettere a frutto una mole di competenze, saperi, disponibilità, che da tempo abbiamo smesso anche solo di ascoltare. E invece è proprio nelle fasi acute di cambiamento che la ricerca di sentieri meno esposti o esplorati diventa una delle ragioni che danno senso alla politica.
  9. Investire sulla rete non solo come strumento di scambio (da facebook a twitter), ma come la più formidabile opportunità per ripensare i luoghi fisici – i nostri circoli, a partire da una riforma del loro finanziamento – e quelli immateriali – la rete appunto – dove la rivoluzione è già esplosa e ci spiega che nulla sarà come prima. A segnare la cesura non è solo la velocità con cui circolano le notizie. È l’irrompere di una nozione diversa della democrazia e della cittadinanza. È la trasparenza e il controllo dei dati e delle informazioni con la possibilità, e di conseguenza il diritto a farsi giudici in tempo reale delle decisioni che la politica spesso riservava a una cerchia di iniziati. È la scoperta di un altro modo di maturare il sapere intorno ai problemi, che non proviene più da una fonte esclusiva ma si alimenta di affluenti, col risultato che la sintesi allarga e qualifica – democratizza – la conoscenza e il governo. C’è in questo un legame tra la società, per come cambia, e la realtà della rete. Entrambe, con le loro differenze, sono dimensioni dove è sempre più complicato individuare un unico centro, mentre si moltiplicano i nodi, gli eventi, e le informazioni trovano modo di spostarsi e riorganizzarsi quasi senza sosta. Una ‘rete di reti’, questa è la società dove viviamo. E allora anche un partito come il nostro dovrà valorizzare le sue risorse estese.
    Insomma dovrà essere, a sua volta, un partito-rete dove il centro della visione ideale sia alimentato dai legami costanti delle sue infinite ‘periferie’, dove si moltiplichino le relazioni tra persone che condividono progetti anche temporanei. Ne nasceranno comunità che potranno avere radice nel territorio o in interessi e bisogni condivisi.
    Anche così possiamo cogliere l’entusiasmo di generazioni che faticano a entrare in sintonia con una politica spesse volte incapace di stimolare qualunque empatia. In questo senso va restituito valore alla scelta stessa di una tessera. Che immagino come la chiave in più con cui le micro – comunità degli iscritti recuperano un compito attivo, oltre la sola elezione degli organismi o la selezione dei candidati. Anche attraverso quella tessera bisogna ripensare l’ascolto, i flussi di comunicazione tra ‘vertici’ e ‘base’. L’avventura è quella di una grande piattaforma integrata che permette conoscenza e comunicazione, dove agli utenti si sostituisce un popolo di produttori di contenuti. Un popolo di decisori. Anche così si torna a essere una comunità.
  10. Separare la guida del partito da quella dell`aspirante premier è la via che in questa fase suggeriscono l’esperienza e il buon senso. Nel mio caso è semplicemente una scelta politica netta e coerente col contenuto di queste note. In ogni caso dalle primarie per la scelta del segretario non si deve tornare indietro. Ma è bene evitare che quelle primarie decidano a cascata della formazione dei gruppi dirigenti locali e regionali, e c’è da sperare che il percorso scelto per il prossimo congresso possa aiutare. Nel passato purtroppo è accaduto e ha offuscato le basi di un partito federalista e federatore.
    Lo ricordo perché una quota d’antipolitica nasce dalla nostra incapacità di rappresentare una politica buona. Certo, abbiamo provato a reagire con un’apertura di fatto anche nella selezione dei parlamentari.
    Ma più di una volta scarsa generosità nel cogliere il valore delle persone ha tradotto le buone intenzioni in pedaggi di altro segno.

Queste proposte, e altre che si aggiungeranno, hanno senso solamente dentro una cornice ideale che restituisca a un partito come il nostro la certezza su di sé. Ma questo passa da scelte di fondo, da cosa significa dare valore, ovunque e per chiunque, al rispetto verso le regole, la trasparenza, stabilendo tetti limitati per le spese nelle campagne elettorali e nelle primarie. È necessario che gli eletti diano conto delle loro iniziative e dell’uso delle risorse raccolte per la loro iniziativa politica.

Dobbiamo tornare a dirci che l’etica di un partito è tutto. Ed è uno spartito con più di una nota. Dall’uso delle risorse allo stile, alla sobrietà dei singoli, anche nella visibilità mediatica e nella coerenza con cui si conduce la battaglia delle idee.
Per mille ragioni dare sostanza alla vita democratica interna è fondamentale.
In questo senso lo svuotamento o l’essiccarsi dei luoghi del dibattito e delle decisioni ha tolto prestigio a tutti. Il punto è che anche rendendo attuali i principi che fondano una comunità si rilancia quell’autonomia della politica indispensabile al bene della democrazia.

Abbiamo un nome bellissimo e dobbiamo farlo vivere in modo esigente perché questo aiuta noi e gli altri. Ho accennato al percorso delle riforme avviato dal Parlamento, ma nessuna nuova Repubblica vedrà la luce senza un partito popolare e nazionale dei progressisti. Forse in questo siamo in controtendenza, ma è un anticonformismo in sintonia col bene comune.

Insomma, per affrontare i limiti di questi anni conteranno la forza di una leadership, la compattezza di una squadra, il coraggio di decentrare funzioni e responsabilità per adeguare anche il modello di partito all’idea di uno Stato federale nella sua ispirazione. Ma assieme a tutto questo peseranno l’idea del Paese e dell’Europa che riusciremo a trasmettere, e la radicalità con cui sapremo rivoltare le forme della partecipazione in un partito completamente rinnovato.

Questa è la scommessa e sarà vinta quando milioni di italiani vedranno in noi la forza per allargare i confini dell’uguaglianza e della dignità. Quando agli occhi del Paese saremo il partito degli Stati Uniti d’Europa e di una democrazia rifondata.

Ecco il congresso che, assieme a tanti, ho in mente. Un confronto sulla società per quello che vorremmo fosse. 

Per restituire al PD il posto che gli spetta in una rivoluzione che si va compiendo. Per farlo c’è bisogno di alternative ideali e culturali, riscoprendo, se possibile, quella chiave profetica che in fondo nella politica è radicata e che sola ti consente di avere chiaro non solo qual è il tuo nome, ma perché quello che hai scelto è il nome giusto per te. 

È tempo di crederci. 

 

Roma, agosto 2013

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