6. Sapere per chi siamo: verso il Partito Europeo dei Democratici e Socialisti

A rendere nitido questo quadro è stato anche il risultato di febbraio, a cominciare dai numeri. Non è solo l’aver perso più di tre milioni di voti sul 2008. La destra, per parte sua, ne ha persi sei mentre una forza terza, al suo debutto, ne ha guadagnati otto. Sommando le due coalizioni principali, sono andati altrove dieci milioni e passa di elettori. È stato, almeno numericamente, lo shock elettorale più forte della storia recente, diverso anche dal passaggio, pure traumatico, dei primi anni ‘90. Se di questo parliamo, sbaglieremmo ad archiviare l’analisi che riguarda il nostro consenso. In particolare non convince imputare ogni limite alla campagna elettorale. Abbiamo fatto bene? Male? Non abbiamo fatto abbastanza? Tutto si può pensare, ma non ridurre l’accaduto agli imprevisti. Anche perché quasi ovunque sono le democrazie più avanzate a soffrire populismi, nazionalismi, nicchie di sciovinismo fuori epoca. Guardando a noi, il punto è che se la crisi ha sull’Italia l’impatto che sappiamo non è solo per colpa dell’austerità. La realtà è che la nostra condizione economica è profondamente segnata, e per molte ragioni l’agenda Monti ha finito col peggiorare le cose. Bisogna guardare bene questa fotografia: siamo un Paese senza grandi imprese, privo di una concorrenza reale, con un sistema giuridico obsoleto.

E ancora, una Nazione dove scuola e università per anni sono rimaste colpevolmente sullo sfondo, con uno pseudo-federalismo che ha finito col moltiplicare i centri di spesa insieme a una minore capacità di gestione, con l’evasione fiscale nota al mondo, una criminalità insediata dove prima non c’era e con lobbies di ogni genere che contrattano e condizionano l’azione di governi e commissioni parlamentari.

Solo l’aggressione a questi snodi può restituire valore alla politica.

Il Paese – questo è il senso – va ricostruito dalle fondamenta, nei suoi principi, nelle strategie, nei traguardi. Quest’opera di ricostruzione è la missione del PD ed è la ragione che può spingerci a raccogliere un consenso molto più vasto di quello aggregato finora. 

Per riuscirci dobbiamo capire chi siamo e cosa rappresentiamo oggi. E allora è bene riconoscere che da tempo il nostro è un bacino elettorale poco espansivo.

Neppure la crisi ha modificato quel dato. Le ricerche offrono sempre la stessa fotografia.

Tre grandi aree, nel voto per noi, sono le più consistenti: il lavoro dipendente – in prevalenza pubblico, perché poi da anni fatichiamo a mantenere la fiducia di tanti operai e lavoratori del privato – i pensionati e chi ha un livello alto di istruzione. Quella è la base sociale che ha le sue radici nella frontiera più avanzata del welfare italiano e che riflette una espansione dei diritti maturata tra la fine degli anni ’60 e il decennio successivo.

Un pezzo dell’Italia che nell’arco di una stagione dove conflitti violenti si sono mescolati a traguardi essenziali, ha sottratto una parte vasta del lavoro operaio e intellettuale alle incertezze del mercato. Tutto questo ha formato una coscienza e consolidato una fedeltà, anche sul piano politico. Il paradosso è che oggi una parte di quel blocco fatica a trovare una coerenza tra l’immagine che ha di sé e la condizione dell’Italia. Sentono di avere guidato battaglie cruciali per la civiltà di tutti e non riescono a immaginare perché quelle conquiste possano essere dipinte come un privilegio o un tratto corporativo. Ma qui è lo snodo. Perché a questo punto la separazione non è più tra vecchie ideologie ma tra nuove diseguaglianze.

Da una parte quelli che ci hanno sempre votato e sui quali grava, in buona misura, il peso della fedeltà fiscale. Dall’altra un popolo condannato al precariato, l’arcipelago delle partite Iva e della piccola impresa artigiana, e non solo. Sullo sfondo il mondo dei professionisti e del capitalismo personale.

Un pianeta diversificato, dove la destra e il populismo hanno tradotto l’insofferenza alle regole e allo Stato – di una parte, non di tutti – in arma di difesa contro una pressione fiscale ritenuta sconcia. Ne è nata una divisione del Paese anche sul fronte elettorale. Col ruolo delle istituzioni assurte a simbolo della distanza.

Per una parte – in prevalenza la nostra – quelle sono rimaste lo strumento a difesa di legalità, diritti e maturazione civile.

Per l’altra un nemico che usava la leva del fisco per violare la libertà di impresa e proprietà. Nelle curve di questi umori sono proliferati comitati d’affari che hanno sfruttato gli appalti del pubblico in una dinamica della corruzione elevata a sistema. Mentre, sullo sfondo, a pagare il prezzo erano almeno due generazioni senza tutele, categorie oneste di lavoratori e professionisti, imprenditori coraggiosi abbandonati sulla frontiera internazionale. Un’Italia di volti che non ha pensato più di conquistare i suoi traguardi con la politica democratica. È lì che la destra ha seminato e lì ha raccolto: con una sintesi di condoni che ha inchiodato la nostra competitività.

La repubblica del dopo ‘guerra fredda’ si è fondata sull’opposizione tra queste due visioni, quasi due popoli. Il centrosinistra – in particolare nella versione dell’Ulivo – è riuscito per alcune fasi a ricucire quella divisione, mentre la destra ha fatto di tutto per cristallizzare la situazione. Per rompere quegli involucri non è bastata neppure l’onda dell’indignazione contro l’assalto ai poteri dello Stato. Per cui è potuto accadere che persino dinanzi all’immagine peggiore che la destra ha offerto di sé, una maggioranza non si è fidata di noi.

E questo anche per l’azione prolungata di una parte dei media che nel tempo ha sedimentato contenuti aggressivi e spesso regressivi.

Ecco perché non ha senso resuscitare la sinistra del passato. Per la ragione che è cambiata in modo irreversibile la società che quella sinistra aveva interpretato. Un mutamento che ha investito fattori produttivi, il cosa e come creare. 

E poi gli stessi modi del conoscere, le relazioni tra i singoli e il loro modo di vivere. Non è accaduto tutto con la crisi, ci mancherebbe. Parliamo di processi lunghi un trentennio e il non averlo compreso spiega perché il crollo del turbo-capitalismo non ha schiuso delle praterie alle forze progressiste. Neppure, però, possiamo accettare di stare rinchiusi dentro confini tracciati da altri. In questo, lo spirito maggioritario e l’ambizione di parlare a tutti è stata un’intuizione giusta.

Il limite è nell’aver chiarito solo in parte il messaggio da rivolgere e che non può diluire le convinzioni pensando di conquistare così un consenso maggiore. Non sei più credibile quando stemperi le tue ragioni. Sei più forte quando la radicalità degli obiettivi ti consente di chiamare per nome la parte che vuoi contribuire a emancipare.

Parlare a tutti. Ma parlare la nostra lingua. Perché scegliere e dire chi sei non è una rinuncia, è una scommessa. Non è ritrarsi ma proporsi. Non è dividere ma offrire un terreno dove rifondare l’unità del Paese. Insomma la prova è guardare in ogni direzione e convincere chi lavora e fa impresa in modo sano e creativo, quanto una forma ambiziosa di giustizia sociale e distributiva sia oggi la vera linfa per la democrazia. 

Su queste basi possiamo tenere unita l’Italia. È giusto farlo per il bene dell’economia e perché mai come adesso la lotta all’illegalità, alla criminalità, è tutt’uno con la penetrazione delle mafie nella struttura economica, sino dentro il cuore dell’Europa. E allora, anche l’unità della Nazione diventa l’unica strategia assennata se dalla crisi vogliamo uscire come un attore capace di recitare una parte. Dobbiamo farlo per ciò che è stata la parabola dell’Italia repubblicana, quella che il Presidente Napolitano in questi anni non ha mai smesso di difendere e valorizzare con l’equilibrio e la saggezza che tutti gli riconoscono e di cui la Nazione intera gli è grata. Ma dobbiamo anche sapere che nessuno può salvarsi da solo. Né una parte dell’Europa a scapito del resto. Tanto meno una parte dell’Italia a danno delle altre. E qui molto da cambiare c’è. Perché nel secolo e mezzo che abbiamo alle spalle si è guardato al Mezzogiorno in modi diversi. L’assistenzialismo come il paternalismo hanno mostrato la loro inconsistenza. C’è bisogno di un’altra prospettiva tanto in casa nostra che a Bruxelles. Se infatti uno spazio di crescita importante per l’Italia e per tutta l’Unione oggi esiste, questo è a Sud. I numeri e le dinamiche lo dicono. Questo spread secolare va finalmente abbattuto per dare ossigeno a tutti, suonando molti tasti a partire da una battaglia per la legalità che diventi finalmente questione dell’Europa. E poi ricerca, integrazione e specializzazione dovranno camminare insieme in un sistema che muova dai tanti distretti produttivi e tecnologici, dalle eccellenze nel campo dell’aerospazio, dell’alimentare, delle bio e nanotecnologie, dei beni culturali, e che ha bisogno di una politica che favorisca la formazione di reti. Se il nostro Mezzogiorno e i paesi verso i quali si affaccia non arriveranno al cuore delle strategie di produzione e crescita continueremo a perderci molto, forse il meglio. Terre, storie e culture che hanno fondato la nostra civiltà e che, tra ritardi e malanni, mostrano talenti e vitalità straordinari. Il Partito Democratico non può che guardare a quella parte di mondo con questi occhi. Dire Sud vorrà dire Mediterraneo, nella consapevolezza che pensarci al centro di quel nostro Mare oggi vuol dire pensare un’Europa finalmente compiuta. L’Italia può diventare il fulcro di quest’area attirando, ad esempio, i giovani dei paesi vicini nelle nostre università. Il Fondo Monetario ci ha inclusi tra i paesi della ‘periferia dell’Europa’. La nostra sfida sia di rovesciare un handicap presunto in una chance: portare l’intera area mediterranea al centro del continente.

Dobbiamo fare tutto questo perché è il solo modo per recuperare, insieme all’unità dei territori, il legame tra parti della società che faticano a riconoscersi e camminare assieme. In questo il voto al PD di quei tanti lavoratori dipendenti e pensionati è una risorsa straordinaria che, però, deve incrociare la rappresentanza di altri soggetti catturati da conflitti nuovi, a cominciare da quello per un reddito degno.

Il tema è che a tenere insieme quelle diverse anime non può essere una somma di rivendicazioni. Servirà un disegno più alto: una cultura che contesti la riduzione del valore sociale del lavoro. Servirà ripartire dalla Costituzione, dalla potenza dell’articolo 1 e dalla rivoluzione del secondo comma dell’articolo 3, lì dove si affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che separano ogni persona dall’idea che ha di sé e della propria vita.

Piaccia o meno, dovremo passare da qui. Perché un partito non è un sindacato.

Sono cose distinte, entrambe decisive e da rinnovare, ma distinte. Il PD deve tenere assieme interessi diversi perché è in grado di offrire un traguardo di libertà a chi coltiva attese differenti ma può riconoscersi in una stessa speranza. Dobbiamo farlo smettendo una volta e per sempre di guardare all’Italia con la lente pessimista che considera gli italiani conservatori e nemici del cambiamento. 

È una tradizione antica quella che ha ritenuto la Nazione non riformabile e, a tratti, persino ingovernabile. Non è così. Stava in questo la più grande intuizione dell’Ulivo, nell’idea di sgombrare il campo da resistenze culturali che separavano l’immobilismo presunto della società italiana dalla sapienza tattica di un ceto politico illuminato.

La carica di fiducia e aspettative che quella stagione aveva scatenato dovrebbe esser colta nella sua vitalità, ben oltre i singoli passaggi elettorali. Era un investimento – il più forte realizzato negli ultimi decenni – sull’Italia nel suo insieme. Ed era un modo per ricongiungere il governo a una società che stava cambiando. Oggi la politica, e il PD in prima linea, per muoversi col piede giusto devono ripartire da lì e farne tesoro. Dobbiamo “credere” con passione nel Paese che ci candidiamo a guidare e rappresentare. E a quel Paese dobbiamo “chiedere” di farsi protagonista del cambiamento che serve. 

Forse per troppo tempo abbiamo guardato alla società chiedendoci come potevamo trasformare la mentalità di milioni di persone. Abbiamo sottovalutato l’altra via: che stava nel cambiare la nostra di mentalità, almeno nel giudizio che di quella società dovevamo esprimere. Adesso è tempo di farlo. È tempo di fare cose che potranno anche rompere, spaccare rendite e consorterie, corporazioni e congreghe, ma che avranno la forza di allargare il consenso intorno a una forza come questa, nata per rovesciare l’Italia come nessuno mai ha tentato di fare. 

È un sentiero difficile, però dobbiamo imboccarlo andando contro il flusso che da qualche decennio si muove in senso opposto.

Vale la pena tentare per contestare un tempo dove i poveri non fanno più paura e si mira a escluderli perché non contano più. È anche questa la conseguenza di una “democrazia compassionevole”, che sostituisce la pietà al welfare e la benevolenza ai diritti. La beneficenza, però, non ha bisogno della democrazia mentre in democrazia la solidarietà ha bisogno di qualcosa di più dell’elemosina.

Ha bisogno di una sostanza della democrazia.

Che poi è la differenza tra la “social card” e un reddito di cittadinanza, tra un rattoppo al disagio e la frontiera della partecipazione. Ripartire da sinistra vuol dire ripartire da qui. Iniziando da una redistribuzione dei pesi che la crisi ha concentrato su poche categorie, il che vorrà dire anche spostare il carico fiscale sulle rendite improduttive e sulle ricchezze concentrate in poche mani, considerando senza timori e con giudizio le soluzioni possibili di una patrimoniale. Non è il termine che può spaventare, ma il contenuto che deve far riflettere chiunque abbia a cuore le sorti dell’Italia, della sua economia, del suo popolo.

D’altra parte non si sono levate molte voci scandalizzate quando, nel 2011, la manovra sulle pensioni ha comportato, dal 2012 al 2021 sulla pelle di lavoratori e lavoratrici, un risparmio di circa 80 miliardi di euro. Sarà lecito chiedere: perché i lavoratori sì e i rentier no?

È un esempio, ma d’impatto ed è chiaro che lo si potrà perseguire solo dentro quell’alternativa per la quale siamo nati e che – ripetiamo – è la sostanza della nostra concezione della democrazia. Il “conflitto”, da sempre, di quella sostanza è alimento. E il centrosinistra largo che assieme a SeL, a forze e personalità moderate e ai movimenti del civismo avevamo voluto e che dopo il voto si è di nuovo spaccato, va ricostruito e allargato su queste premesse. Non sarà solo una somma di sigle o partiti, ma un campo aperto a movimenti, associazioni, reti del civismo e della legalità, al tessuto sociale che tiene assieme il Paese in questi anni difficili, alle forze della cultura e dell’impresa che scommette su di sé e sulla forza delle regole.

Dovrà essere una coalizione larga che dalla sinistra al centro sappia dare spazio, legittimità e cittadinanza a culture e sensibilità differenti, in un lavoro di ascolto e ricerca comuni. Vivrà qui il fondamento di un’alternativa nei valori che dovranno ispirare un’altra visione del progresso e delle libertà.

In questo senso non basta dire che siamo altro dalla destra. Dobbiamo dimostrarlo con soluzioni coerenti. È la vera premessa per sconfiggerli nelle urne.

Prima di tutto nel voto europeo, tra meno di un anno, quando le forze del campo progressista, laburista e della sinistra che si riconoscono nel PSE e nel gruppo dei Democratici e Socialisti a Strasburgo sosterranno la candidatura di Martin Shultz alla guida della Commissione. Non sarà solo un fatto nuovo nella consuetudine del Parlamento, ma la base di quella larga alleanza dei progressisti che deve trovare nel Partito Democratico uno dei pionieri e dei protagonisti.

Il campo della sinistra in Europa è la nostra casa e ciò, lontano dal suggellare un riflesso ideologico, è la porta d’accesso alla stagione di un’integrazione senza precedenti. Il che passerà sempre di più da una chiara scelta di fondo che si può riassumere a questo modo: così come l’unità del Paese, molti decenni prima di noi, portò le diverse culture a dotarsi di partiti popolari e nazionali, allo stesso modo la nostra generazione è chiamata a costruire quel partito unico dei progressisti, dei democratici e dei socialisti europei che è, insieme, premessa e conseguenza della strada irreversibile verso gli Stati Uniti d’Europa. Insomma se scegliamo l’Europa come la dimensione del nostro futuro, è in quello spazio che dobbiamo ripensare l’identità del PD e dei progressisti italiani. Il nodo è che l’Europa non sarà mai più solo un vincolo esterno, ma una parte costitutiva di noi. 

Anche per questo sarà giusto prevedere che alcune funzioni di elaborazione e direzione del partito – a iniziare da una parte della futura segreteria – siano collocate stabilmente a Bruxelles e lavorino sulla più intensa integrazione della nostra agenda con quella europea e sulla costruzione del Partito Europeo dei Democratici e dei Socialisti. 

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