2. Reagire per vivere meglio

In Wall Street – il film – Gordon Gekko se la cavava dicendo che era tutta colpa dell’avidità. Anzi, più che una colpa riteneva quella la virtù dei forti. Eravamo a ridosso degli anni ’90, lontani da mutui impazziti, banche al collasso e una finanza ingorda. I giovanotti in fila con gli scatoloni della Lehman Brothers studiavano al college e la grande destra, in America e in Europa, dettava le regole: “meno Stato e governi deboli, i mercati si regolino da sé, viva i profitti miracolosi”. A chi chiedeva notizie della società, la risposta era quella battuta beffarda, “La società? Ma non esiste più!”.

Su quell’impianto hanno retto le sorti dell’Occidente, e non solo, per una trentina d’anni. Hanno sgonfiato un paio di bolle – la più seria sulla New Economy – e sono arrivati alla tempesta perfetta del 2008 quando sull’Europa è calato il buio.

La crisi più grave del secolo, spiegano gli esperti. Non solo per durata e dimensioni, ma perché è crollata una visione dell’economia, della persona, della sua dignità. Vuol dire che questa crisi ha disarmato la cultura di un ciclo intero della storia. Quello fondato su una redistribuzione gigantesca di ricchezza e potere e che ha trasferito il motore della crescita dal lavoro alla rendita alimentando, in particolare nell’Occidente, diseguaglianze tanto profonde da risultare immorali. Tutto questo mentre nel resto del mondo – dall’India al Brasile – milioni di donne, uomini, bambini, in mezzo a mille contraddizioni, uscivano dalla miseria.

Capire come siamo arrivati al collasso di quel modello e indicare un’altra via – dello sviluppo e delle relazioni umane – non è solo compito degli economisti.

È il dovere della politica. Però qui nasce il problema per i progressisti. Perché quando un ciclo si chiude senza avere scavato le fondamenta del nuovo, può aprirsi un vuoto dove nascono forme di ribellismo o rifiuto della democrazia ritenuta incapace di risolvere i problemi.

Un’intera cultura politica – la nostra – a fronte di eventi simili è parsa impreparata. E a farci difetto non è stata solo la prontezza nel cogliere i mutamenti ma la condivisione di destino con chi avremmo dovuto rappresentare. Senza riconoscere questo dato è difficile ripartire. Perché la natura di un partito si fonda anche sul sentimento che lo lega al suo mondo. 

Sulla convinzione di appartenere a una comunità che non è mai solo di interessi o potere. Da tempo su questo piano si è spezzato un filo. Parliamo di quella emozione che sta nel capire le persone, impedendo loro di serrarsi in casa. È qualcosa che ha a che fare col modo di partecipare, ma prima ancora nasce dal condividere con chi è rimasto indietro una stessa ragione. Questa crisi ha messo in luce la fatica

della politica a riscoprire il legame con la vita di milioni di donne e uomini. È stato un limite drammatico perché non eravamo di fronte a un semplice “guasto” nel motore dell’economia. A venire travolta è stata una chiave morale: l’idea perseguita nel tempo di ineguaglianze ‘tollerabili’ solo se destinate a migliorare le condizioni dei più sfavoriti. Gli ultimi tre decenni hanno cancellato questa premessa. È accaduto quando l’uno per cento dei più ricchi ha visto crescere il proprio reddito di 277 volte mentre le cose per gli altri hanno preso la piega conosciuta, l’impoverimento dei più mascherato dai loro debiti, almeno sino a quando il castello di carte è franato lasciando sul campo molte macerie e il crollo dei consumi. Ad allargarsi è stato il fossato tra i ‘molti’ e i ‘pochi’ e le diseguaglianze cresciute a dismisura hanno differenziato il senso stesso della parola ‘crisi’ per interi gruppi sociali.

La fotografia sarebbe incompleta senza un’ultima nota. Con linguaggio un po’ vintage, ma tant’è, si deve aggiungere che nella battaglia secolare tra capitale e lavoro, negli ultimi trent’anni a piegarsi è stato il secondo. Nel 1983, in Italia, il 77 per cento del Pil andava al lavoro, fosse dipendente o autonomo, e il 23 per cento remunerava il capitale. Nel 2005 la quota per il lavoro è scesa al 69 per cento mentre l’altra è salita al 31. E più o meno così in Francia e Giappone, negli USA, in Spagna e Irlanda.

Cifre, forse pedanti. Ma in questi numeri c’è la sconfitta di un’etica che per un secolo almeno ha scorto nel lavoro la chiave per realizzare una parte di sé e umanizzare l’esistenza. E ancora prima c’è la sconfitta del grande compromesso tra i ‘pochi’ e i ‘molti’, a lungo la leva potente della democrazia costituzionale, con la cittadinanza fondata sulla piena occupazione. 

Lo sgretolarsi di quell’architettura ha travolto pezzi interi di società e prosciugato le certezze del ceto medio. Il che non ha solo aumentato la povertà. Ne ha trasfigurato il volto. Veniamo da un mondo dove i poveri erano quelli senza un impiego. Oggi i poveri sono anche le persone che la mattina timbrano il cartellino o alzano una saracinesca. Working-poor li chiamano, lavoratori poveri. Sono già ventisette su cento negli Stati Uniti e quasi un quarto in Germania.

Mentre le statistiche certificano che di recente otto milioni e mezzo di italiani, almeno in un’occasione, hanno faticato a fare una di queste tre cose: pagare le bollette, riscaldare la casa o nutrire la famiglia con un pasto ‘adeguato’ ogni due giorni. Anche tutto questo è “la crisi più grave del secolo”. Noi abbiamo un senso se lo vediamo. Se lo comprendiamo. Se ci mettiamo nella condizione di aiutare chi soffre a reagire per cambiare la propria vita.

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