3. Pensare un altro racconto

Capire come siamo arrivati a questo è solo la premessa. Mobilitare parti della società su un altro punto di vista è la missione per cui siamo nati, e l’impegno è tutt’altro che banale. In fondo le vecchie ricette persistono perché il capitalismo finanziario è stato anche un presidio culturale. C’è chi lo ha definito una rivincita, quasi una vendetta, contro il trionfo keynesiano e socialdemocratico dei trent’anni seguenti all’ultima guerra mondiale. In sintesi, l’inflazione elevata degli anni ’70 – frutto anche di finanza pubblica sregolata, burocrazie asfissianti e una sinistra attardata a difesa del vecchio assetto – ha offerto argomenti a un modello di società sciolto dai vincoli e controlli dello Stato. La fine del ‘secolo breve’ ha ‘consacrato’ la nuova fede nel liberismo assoluto col corredo di banche centrali indipendenti, bilanci in pareggio per teoria, sindacati dimezzati e diritti à la carte. La stessa rivoluzione globale, con interi continenti in uscita dalla povertà, è stata segnata da un contesto instabile per scelta, con crisi finanziarie ripetute e disuguaglianze assurde dentro i paesi ricchi. Ma questa, al fondo, è la prova di un capitalismo che, profittando di una politica miope, ha scelto di rinunciare all’etica della propria responsabilità. E questo spiega perché la sua alleanza con la democrazia troppe volte è finita condizionata al fatto che quest’ultima partorisse le decisioni necessarie ai mercati finanziari.

Per una sinistra interamente ‘pensata’ e ‘costruita’ attorno al primato degli Stati nazionali, dell’impresa fordista, e con sindacati e partiti solidissimi, il trauma è stato violento e si è tradotto in una voce via via più flebile, spesso subalterna alle idee dei suoi avversari. Tutto ciò almeno sino a quest’ultima crisi.

Il problema per i progressisti nasce esattamente qui: dal bisogno di formare le idee sul mondo che dalla crisi uscirà. Che poi, almeno in parte, è la domanda che si leva dai movimenti contro i privilegi dell’uno per cento.

In questo quadro la destra, nonostante i fallimenti, resiste, affiancata da un ribellismo rancoroso e spinte ostili alla democrazia. Ci sono paesi dove per tradizione e stabilità del sistema l’impatto è all’inizio e altri, come il nostro, dove fragilità antiche accelerano il cedimento. Non è tanto una perdita di forza dei partiti, che pure c’è. È la rete della mediazione sociale e culturale a strapparsi.

L’effetto sono anche gli operai sui tetti o in cima alle gru. E i piccoli imprenditori suicidi, gli artigiani disperati, e precari e disoccupati spinti a forme di una protesta che ‘urla’ la propria disperazione in faccia a élite incapaci di reagire. Davanti a questa deriva le soluzioni hanno finito con l’innaffiare il terreno dove la crisi era germogliata. La corsa al pareggio di bilancio, a rendere il lavoro precario, a deprimere l’azione pubblica e smantellare il welfare richiamano la fatica di quel tale che, ritto dentro un secchio, cercava di sollevarsi tirando il manico.

Per alcuni il messaggio è ancora quello, che c`è un modo solo – un solo pensiero – per governare la modernità. Ma finché sarà così, chi sente la crisi sulla pelle vivrà la politica come una cosa inutile. E cresceranno la protesta senza sbocco o l`astensione come all’ultimo turno amministrativo dove pure il PD e il centrosinistra hanno raccolto un successo che dà respiro. La destra, nelle sue diverse gradazioni, in questo mare nuota come un pesce. Al massimo oscilla tra suggestioni di democrazie assembleari e scorciatoie oligarchiche che rispolverano ‘l’uomo solo al comando’.

Come potesse bastare!

È qui la radice di una decadenza della democrazia e dei rischi di restaurazione.

Ma qui è anche la leva di una svolta possibile perché tutta interna alle opportunità che la crisi restituisce e i contenuti non mancano. Secondo il Fondo Monetario non c’è correlazione obbligata tra bassa inflazione e tasso di crescita. Al contrario, è dimostrato che oltre una certa soglia misure deflattive scoraggiano investimenti, redditi e consumi. Sul fronte del lavoro nessuna evidenza conferma un rapporto positivo tra flessibilità, minori tutele e calo della disoccupazione. Considerazioni simili potrebbero valere per il rapporto ‘ideale’ tra deficit e Pil. Su quali basi conviene fissarlo una volta per tutte? E perché un debito superiore a una certa soglia dovrebbe risultare insostenibile? Forse è il momento di dire che non siamo alle prese con le rivelazioni di una scienza naturale, ma che è esistito un “racconto” – al fondo ogni teoria economica lo è – incarnato in un solido sistema politico.

Lo stesso vale per come l’Europa ha reagito alla crisi e per i gravissimi errori che hanno segnato l’azione della destra. La Germania, in particolare, ha imposto agli altri di farsi responsabili, ciascuno per sé, del salvataggio dei propri conti e delle proprie banche. Ma questo si è tradotto nel ritiro delle banche dei paesi forti dai titoli di nazioni ritenute deboli o pericolanti, e da lì l’impennata degli spread.

In contemporanea la crisi greca è stata gestita con una miopia strategica sino a sdoganare più di qualche pregiudizio verso l’Europa mediterranea.

A noi la responsabilità di rovesciare la prospettiva e scrivere un finale diverso. Dove sul banco degli imputati salgano finalmente l’esclusione di milioni di giovani e famiglie, la svalutazione del lavoro, le disuguaglianze più oscene. E poi la trascuratezza della cultura, della scuola pubblica, di ogni seria innovazione. Dove proposte come il rilancio della crescita, con piani di spesa pubblica concordati su scala europea e finanziati dalla Bce, abbiano cittadinanza nel dibattito. Insomma uno schema nel quale l’autorità pubblica assuma il controllo della circolazione monetaria non, com’è avvenuto finora, in qualità di “prestatrice di ultima istanza del capitale”, ma “creatrice di prima istanza di buona occupazione”.

Non assistenzialismo, ma produzione di beni collettivi che il mercato, se lasciato a se stesso, mortifica ipotecando il progresso materiale e civile di una comunità. Meccanismi coraggiosi di solidarietà sia sulla gestione del debito che nelle politiche fiscali o di investimenti da realizzare fuori dai vincoli di bilancio si muovono nella direzione giusta.

E ancora, è saggio pensare al coordinamento della contrattazione salariale a livello europeo per invertire la deriva degli ultimi vent’anni. Chiamiamolo pure uno “standard retributivo” fondato sul presupposto che tutti i paesi dell’Eurozona garantiscano una crescita minima dei redditi da lavoro e pensioni. C’è chi propone che dove gli andamenti delle retribuzioni fossero divergenti rispetto agli standard si introducano sanzioni analoghe a quelle per i deficit eccessivi.

Sono alcuni esempi, ma dicono una cosa semplice: che non c’è una strada sola per ridare speranza a chi l’ha persa. A noi – ai progressisti e alla sinistra in Europa – tocca tracciare la via migliore che è quella del coraggio riformatore e dell’equità. Lo si fa superando l’illusione che un mercato e una moneta possano reggere senza una solida autorità politica. Contestando l’idea che la crisi sia stata originata dall’alto debito pubblico dei paesi dediti allo spreco. Discutendo la tesi di un’Europa virtuosa che regge nonostante una caduta verticale della domanda interna di quasi tutta l’Unione. Sollevando finalmente il sipario su un’altra politica macroeconomica fondata su un compromesso sociale diverso. Ad esempio non è per caso se faticano di più i paesi che non hanno affrontato l’inclusione delle donne nel lavoro. L’Italia paga cari questi ritardi col segno meno nel Pil e nella natalità. E per le donne significa meno occupazione, meriti, servizi, potere. Aggredire questi nodi è la premessa e non l’esito di un risanamento dei conti pubblici e di un’organizzazione diversa della spesa, che restano traguardi condivisi.

Se il campo progressista imbocca questa via, anche la distanza dai tecnici di Bruxelles potrebbe lasciare spazio a una nuova fiducia verso istituzioni e strategie di altro segno.

Diciamo che oggi abbiamo bisogno di più regole in alcuni settori e meno in altri. 

Che la produzione di idee cammina di pari passo alla creazione di beni. Che la necessità di restituire spazio ai governi è legata a una vera integrazione politica. 

Concretezza, ci chiedono le persone, e hanno ragione. Ma cosa c’è di più concreto che stabilire un confine oltre il quale non spetta al mercato plasmare società, individui, relazioni umane? Cosa c’è di più concreto che riconoscere alle democrazie il diritto a rinnovare i patti sociali su cui si fondano la fiducia e la serenità dei loro cittadini? 

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