7. Differenti ma uniti

“Ci si immagini un roditore che non sa se è uno scoiattolo o un ghiro, un essere che non ha un chiaro concetto di sé e si capirà che in certe circostanze gli può venire una tremenda paura della propria coda”. La frase è di Musil e con noi non c’entra granché. Ma è bella e dice che dobbiamo capire al meglio chi siamo.

Non è un lavoro che parte da zero. Lo si intuisce entrando nei circoli dove capita di sentire dalle persone più diverse che per loro il Partito Democratico è una mescolanza riuscita. Passi lì qualche ora, discuti, rispondi alle critiche – alcune aspre – ma alla fine con fatica sapresti dire da che partito è venuto uno o dove militava l’altro. E tante e tanti premettono con orgoglio che la politica l’hanno scoperta grazie a questo simbolo. E tutti chiedono di non sprecare il lavoro che si è fatto e di riconoscere i meriti di chi lo ha reso possibile. Spesso molti di loro tornano ai giorni drammatici del voto sul capo dello Stato. Sono ancora amareggiati, talvolta infuriati, per i voti mancati a Prodi e prima di lui a Marini. Considerano quella una ferita aperta, non rimarginata, e giustamente la domanda non è solo come evitare che una cosa del genere si ripeta, ma che partito è quello che si è bruciato in un colpo solo una quota tanto rilevante della sua affidabilità e reputazione?

A quella domanda bisogna dare una risposta chiara e il congresso deve servire anche a questo. Poi, certo, quando si parla di crisi dei partiti, bisogna fare attenzione a non scambiare le cause con gli effetti. Il punto è che la finalità di un partito non si esaurisce nella sola dimensione istituzionale. È un punto delicato, ma è il punto. Figuriamoci se non è giusto riconoscere la funzione di governo, soprattutto adesso con la forza di tanti nostri amministratori. Ma da troppo tempo si vivono le responsabilità dentro il PD come il trampolino in vista di qualcos’altro.

La mia risposta è che è venuta la stagione per investire molto di più sul progetto. Dirigere il partito, a ogni livello, deve tornare ad appassionare. Non può essere la corvée in vista di un incarico diverso, ma la scelta di dedicarsi a conquistare un paio di generazioni alla scelta di una parte che poi è la vera molla che scuote le persone. Anche per questo uno dei nostri problemi è stato nell’identificare politica e istituzioni. Perché ha diradato la presenza nei luoghi della sofferenza, dei conflitti, e questo ha contribuito ad abbassare gli argini del vivere civile.

È accaduto così che l’onda di piena, combinandosi alla nostra fragilità, quegli argini ha travolto. Il caso delle primarie, a suo modo, è indicativo. La passione dei nostri elettori non è bastata perché tra quelle, le primarie, e i leader non si è costruita la ‘terra di mezzo’ e non si è rovesciata l’immagine di un ceto politico arroccato a difesa delle sue rendite. Insomma gli ultimi vent’anni non sono passati invano neppure per noi. Una deriva personalistica che altrove assume i tratti patologici di soggetti fondati sulla proprietà’ o sul controllo autoritario del consenso, non ci ha lasciati indenni. Intendiamoci, il tema non è respingere il bisogno di leadership autorevoli, ma contrastare l’idea che quella leadership esaurisca la funzione di un partito. 

E che quest’ultimo – nella sua ricchezza di voci – possa al massimo ‘servire’ il leader di turno, magari con un effetto a cascata che dal vertice precipita su ogni livello, regionale, provinciale, territoriale. A quel punto – e sappiamo che è accaduto – l’epilogo sono ‘comitati elettorali permanenti’ e un correntismo esasperato che non distingue tra le qualità, ma seleziona le persone in base alla fedeltà. Purtroppo è anche questa logica che ha finito col farci perdere l’orientamento.

E ha reso molto più difficile rafforzare un’alleanza con forze e movimenti impegnati in un’azione di progresso, solidarismo, legalità. La stessa riflessione di Bersani nei giorni amari di quelle dimissioni che hanno chiamato in causa un intero gruppo dirigente ha posto lo snodo: vogliamo essere un “soggetto” politico o limitarci a rappresentare uno “spazio” senz’anima? È giusta la prima strada, ma per imboccarla serve una cultura politica. Che è l’opposto di un partito balcanizzato, con pacchetti di tessere e procacciatori di voti. Con ‘capi’ locali o nazionali che lavorano per sé e persino con primarie spesso piegate a quella logica. Con circoli quasi militarizzati da un’elezione alla successiva. Tutto questo non è un partito.

Sarà magari una confederazione o chissà che altro, ma non un partito. E invece la nostra scelta, a questo punto, può essere una soltanto: costruire davvero il Partito Democratico di tutte e di tutti.

Il rilancio passa anche da qui, da come i circoli torneranno a farsi luoghi dove si organizzano adesione e iniziativa. Da quanto saremo in grado di attrarre singoli o gruppi disposti a investire in una forza che promuove interessi e un suo punto di vista sui conflitti che attraversano l’esistenza delle persone. Perché c’è un “insieme” che grazie alla politica può puntare su traguardi quasi sempre preclusi all’individuo. È così che nella storia gli esclusi, i “senza” – quelli senza voce, diritti, opportunità – sono divenuti protagonisti di un mutamento possibile. Non scontato, ma possibile. Avviene quando un sentimento comune si fa pensiero e poi azione.

In qualche modo i grandi partiti lo hanno saputo fare, riuscendo a ricomporre una società frammentata. Certo, avevano dalla loro la potenza di ideologie che hanno saputo cementare un popolo e un Paese. Non solo per nostro demerito, alla politica degli ultimi anni è mancato qualcosa di altrettanto solido e il vuoto, di volta in volta, è stato colmato da leader, gazebo, programmi. Ma sono state tutte soluzioni parziali che non hanno sciolto il nodo di fondo.

A cosa serve oggi un partito come il nostro?

Cosa lo fa apparire agli occhi di molti – che lo potranno votare o magari combattere – un soggetto che merita rispetto?

Come si torna a voler bene al PD?

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