5. Dall’emergenza, verso un’altra stagione

Noi sosteniamo il lavoro di Enrico Letta con lealtà e autonomia. La scelta di un governo di servizio che ha rovesciato il patto coi nostri elettori non è stata presa a cuor leggero. Lo abbiamo fatto di fronte a un’emergenza sociale enorme e per cambiare quelle regole che devono mettere in sicurezza la nostra democrazia. Anche per questo abbiamo apprezzato le parole del premier, “al governo, ma non a qualunque costo e per un tempo ragionevole”.

La difesa dei principi costituzionali e il programma su cui l’esecutivo ha ottenuto la fiducia sono le condizioni utili al Paese e invalicabili per noi. È per questo che continueremo a chieder conto del rispetto dei diritti umani a partire dall’espulsione di Alma Shalabayeva. Per la stessa ragione abbiamo giudicato inaccettabile la reazione della destra alla condanna definitiva del suo leader per frode fiscale. A essere irricevibile, ben oltre la cronaca giudiziaria, è l’idea del consenso popolare come fonte di un potere sovraordinato. Molto semplicemente, la raccolta di milioni di voti in democrazia non può coincidere con l’esonero dal rispetto della legge. Il potere che si sottrae al bilanciamento con gli altri poteri si chiama assolutismo. Per questo, non per un braccio di ferro, nessuna necessità politica o istituzionale può comprimere il principio della legalità.

Quel che chiediamo al governo è rispondere, dunque, ad alcune emergenze.

Nelle priorità, che sono il lavoro e la difesa di chi non ce la fa. Nello sblocco di quel patto di stabilità che sta letteralmente strangolando l’azione di sindaci e amministratori privati di risorse e certezze. In questo processo dobbiamo starci con lo spirito di un partito che vuole condurre l’Italia fuori dalla palude. E dobbiamo farlo per un periodo limitato dopo il quale sarà giusto restituire la matita agli elettori.

Vi sono cose che il governo può fare e altre che non sono nelle sue disponibilità perché riflettono una svolta di impianto che era e rimane alternativo alla destra. Il capo del governo ha l’autorevolezza in Europa per guidare questo processo, e la nostra delegazione le qualità per affrontare la prova.

Questo vuol dire, in primo luogo, fare della battaglia per il lavoro di milioni di giovani il traguardo di una classe dirigente. Non è semplice, ma per noi liberare risorse sul fronte più esposto usando la leva fiscale e avviando la ripresa della domanda interna è decisivo. Il punto è che non lo si fa sforbiciando ancora la spesa né riducendo l’azione del governo a una prova di muscoli sui rispettivi programmi. La destra che dice “si fa a modo nostro o cade il governo”, non ha capito dove siamo. Non ha capito che, prima di tutto, abbiamo davanti il più grave dramma sociale da decenni. I numeri della crisi industriale e del commercio coi negozi chiusi, dei posti perduti, della cassa integrazione, le vicende dell’Ilva, come quelle di Indesit, Fiat o Natuzzi, e della siderurgia in genere, l’angoscia di migliaia di imprese artigiane, sono tessere di un mosaico da comporre lavorando a provvedimenti orientati a dare respiro a settori vitali, ma liberando risorse anche attraverso il recupero di gettito evaso, agendo sul costo del lavoro, agevolando l’impresa che assume stabilmente, rimodulando la progressività fiscale secondo principi di equità: ci sono cose che vanno fatte e si possono fare dentro la cornice di questa strana maggioranza.

Altre, non praticabili adesso, dovranno stare al centro di un’elaborazione coraggiosa del nostro campo e investire il futuro. In fondo sappiamo che questa è la nostra strettoia: la necessità di rispondere subito, con questo esecutivo, al dramma di milioni di precari e migliaia di imprese, agganciando l’inizio di una possibile ripresa che produca lavoro. Si intravedono spiragli, dalle esportazioni al volano dell’Expo. Ma tutto può infrangersi nell’irresponsabilità di una destra incapace di collocarsi pienamente in Europa. Ecco perché il PD ha l’onere di pensare assieme l’oggi e il dopo. Dare un senso alla stabilità sapendo che anch’essa non è mai un fine in sé. 

Allo stesso tempo bisogna immaginare un nuovo patto sociale, nella direzione indicata dall’accordo sulla contrattazione e da un rilancio della collaborazione e unità sindacali. Questo è l’altro pezzo della sfida. Se la fase che si è aperta tenderà una mano agli italiani che più hanno bisogno, a cominciare dagli esodati, da chi è senza lavoro, da quel 50 per cento di donne che non è messa in condizione di realizzare il suo progetto di vita fuori casa ma a cui viene chiesto di sobbarcarsi la gran parte del lavoro gratuito di cura, e insieme saprà selezionare i semi buoni e piantarli in una terra fertile ma trascurata a lungo. Qui c’è anche lo spazio per un Parlamento che può esprimere una maggioranza larga a sostegno di battaglie fondamentali sul versante della civiltà giuridica, sul piano dei diritti e delle libertà della persona.

Un banco di prova sono le riforme istituzionali. È una discussione da affrontare con senso di responsabilità. Il PD, il primo partito italiano, dovrebbe arrivarci forte di una posizione che consulti iscritti e militanti. Sul merito alla politica viene chiesta chiarezza e coerenza. Una delle ragioni di questa crisi è il grado insostenibile di concentrazione di poteri che caratterizza non solo le istituzioni, ma anche l’economia e i media: separazione e bilanciamento di poteri, pluralismo e autonomie sono le nozioni che mancano. A partire da quella regolazione del conflitto d’interessi che ci vede in una ritardo colpevole da oltre un quindicennio. In questo senso – fuori da ogni pregiudizio ma esprimendo una valutazione chiara – penso che una opzione presidenzialista non risponda per molte ragioni alla storia, cultura e natura del nostro ordinamento repubblicano. In concreto quella opzione modificherebbe alla radice il nostro impianto costituzionale ed è evidente che un cambiamento simile dovrebbe portarsi appresso tutte le garanzie necessarie, a cominciare da una disciplina rigorosa sulla concentrazione nei media e da norme aggiornate sull’accesso alle cariche pubbliche (incandidabilità, incompatibilità e ineleggibilità). L’intero impianto della seconda parte della Carta andrebbe ricalibrato e davvero non è saggio, convincente o ragionevole avventurarsi in una impresa del genere. Conviene muovere da ciò che si può condurre a termine con successo: il superamento del bicameralismo col Senato delle Regioni e delle Autonomie, la riduzione del numero dei parlamentari, la sistemazione del Titolo V, la riforma dei regolamenti parlamentari e un rafforzamento delle funzioni in capo alla premiership. Se si procede al monocameralismo si dovranno aumentare le garanzie che le minoranze o l’opposizione non subiscano il potere incontrastato della maggioranza. In parallelo è giusto procedere all’abolizione delle Province, regolare i costi della politica e giungere a un’applicazione corretta dell’art. 49 sui partiti.

Tutto ciò – va ripetuto sino alla noia – ha senso sulla base della premessa che recita “mai più al voto col porcellum”, e dunque subito la riforma elettorale. 

E ‘subito’ non vuol dire in coda al processo di riforme, ma adesso, alla ripresa dei lavori parlamentari. 

La modifica più assennata se si vuole approdare a un porto sicuro resta una norma che garantisca governabilità, alternanza, parità di genere e il diritto dei cittadini a scegliersi i rappresentanti. Per molte ragioni la previsione di un doppio turno di collegio rimane di gran lunga la soluzione migliore. Ma oltre le possibili soluzioni tecniche ci sono due punti di fondo che non si devono rimuovere. Il primo è l’errore compiuto per troppi anni di voler scaricare sulle riforme istituzionali tutto il peso della crisi del sistema politico. Quasi che le regole da sole potessero supplire alla fragilità culturale dei singoli partiti e delle loro classi dirigenti. L’altro snodo riguarda il dibattito pubblico che non solo deve accompagnare gli orientamenti del legislatore ma ne dovrebbe guidare l’ispirazione. Questa è una premessa irrinunciabile se vogliamo che la riforma – qualunque riforma – alla fine viva del ‘consenso informato’ di quel popolo che le nuove istituzioni dovrebbero rappresentare. In questo senso la novità è che la lunga transizione italiana coincide oggi col percorso costituente degli Stati Uniti d’Europa, e questa sovrapposizione – di là da essere un handicap – potrebbe rivelarsi una leva per accelerare le scelte che il Parlamento è chiamato a fare se vogliamo ricollocare pienamente l’Italia nel nuovo organismo politico che nascerà.

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