1. Bisogna crederci

Credo in un Partito Democratico per il nuovo tempo. E ci credo perché nonostante errori e limiti rimane una speranza dell’Italia.

Adesso è il momento di capire dove si va. La via è un congresso costituente per dire al Paese che un’alternativa è possibile, per uscire dalla crisi, per scuotere energie che ci sono e ritrovare il prestigio del centrosinistra. 

Non sarà la storia di prima a dettare le ricette e chi pensa di avanzare indossando i panni di ieri non ha capito che il mondo è cambiato e cambierà nei prossimi anni più di quanto avremmo immaginato. Non siamo soli ad affrontare la prova perché questa rivoluzione interroga la sinistra e i democratici ovunque. Insomma se solo alziamo lo sguardo vediamo un mondo che si muove, scosso dalla crisi e dove si rafforza la spinta alla libertà di milioni di giovani e donne. Tutto ciò richiede di immaginare la politica con l’ambizione di un pensiero radicale che non abbia paura delle parole e riscopra la passione per la vita delle persone.

Dobbiamo ripartire da qui.

All’Italia non basta qualche riforma. Siamo davanti a scelte che decideranno il destino di figli e nipoti. Era accaduto dopo il fascismo e la Liberazione. Lì c’erano solo macerie e la risposta fu un miracolo economico e civile. Cambiarono la costituzione formale e materiale, le leggi, le forze vitali di politica e società. Il Paese si rialzò meravigliando il mondo. Oggi non abbiamo alle spalle guerre o dittature, ma un ventennio che ha alternato progresso e reazione, democrazia e assalto alle regole. Abbiamo conquistato l’Euro, sanato un paio di volte i conti, ma non abbiamo rifondato lo Stato né rinnovato il patto di fiducia tra cittadini, politica e istituzioni.

Ci siamo portati appresso le nostre fragilità a cominciare dalla più cronica, il dualismo tra Nord e Sud, e le abbiamo mescolate coi frutti avvelenati di grandi riforme mancate, dall’istruzione al lavoro al welfare. Tra le ricadute una spicca e dovrebbe scatenare scandalo: indossiamo la maglia nera in Europa per il tasso più alto di povertà minorile; miseria materiale e culturale in una Nazione dove il famoso ascensore sociale si è guastato da tempo. L’ultima crisi – la più grave di tutte – ha agito come un detonatore saldando disperazione e una perdita di legittimità della rappresentanza.

Le ferite al principio di legalità hanno confermato a tanti che la via delle riforme si è fatta più stretta. Ma è l’insieme di tutto questo a risultare intollerabile. D’altra parte la democrazia rappresentativa è sotto attacco da prima della crisi, col tentativo di riscrivere le regole del gioco in un riflesso dei rapporti economici che un liberismo senza freni e frontiere ha mescolato a una spinta plebiscitaria.

La prova per noi è dire su cosa fondare un’altra idea del nostro futuro in Europa e dell’Europa nel mondo. Su quali principi incardinare una stagione che abbia al centro il valore della persona, la sua autonomia e responsabilità, una nuova condizione umana che interroga scienza, economia, civiltà. 

La sfida è declinare un’altra vocazione produttiva, un patto per lo sviluppo che muova dal valore sociale del lavoro e dell’impresa, dal rovesciamento

della classifica, innalzando al vertice la sicurezza di comunità, luoghi, culture, i beni sociali indisponibili, primo tra tutti l’ambiente dove viviamo. Solo la mobilitazione senza eguali di risorse oggi dissipate può accompagnare un disegno tanto ambizioso a una democrazia rigenerata anch’essa, nelle procedure e nei soggetti.

Dalle grandi crisi non si esce mai come si era entrati. Vale per le persone e le nazioni. Per i partiti e le classi dirigenti. Si può uscire arretrando. Noi preferiamo avanzare. Rompere dei tabù anche dentro il nostro campo e ripartire dagli interessi profondi

di un Paese che deve ribellarsi alla dissoluzione di sé e del suo sistema democratico. Lo deve fare – lo dobbiamo fare – perché le energie che vivono sono enormi: un patrimonio di passioni, creatività, che è la risorsa formidabile per condizionare il futuro. Questo lato luminoso va colto, assieme alla domanda di civismo che in questi anni ha fatto barriera al declino.

L’Italia può rinascere se al centro della scena torneranno donne e uomini con le loro biografie. Se la politica cambierà il potere per distribuirlo a chi oggi non sa neppure cos’è. 

Se centrosinistra e sinistra ripartiranno dalle loro convinzioni senza inseguire le mode o usando le parole degli altri. Se la democrazia sarà quel che ha promesso di essere: il governo dei cittadini per mezzo della loro volontà e della loro opinione. Eguaglianza di potere politico e di opportunità di influenza politica: questa promessa è oggi largamente disattesa. Ma deve tornare a essere la promessa per noi. 

Riempiamo i circoli di questa discussione. Poi, quando verrà il giorno monteremo i gazebo e faremo le primarie. Non per scegliere solamente un nome, ma per decidere assieme chi vogliamo essere e dare un senso alla politica.

La nostra.

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